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Marco Pianalto e l’Agricoltura organica e rigenerativa

Venerdì 5 settembre eravamo a Bolsena pronti a immergerci nel primo Festival di Permacultura. Per via delle tante proposte in programma che si sovrapponevano, ci siamo divisi. Al mattino, io ho scelto il Piccolo Teatro Cavour, in cui Marco Pianalto già attendeva i curiosi per introdurli all’Agricoltura organica e rigenerativa (A.O.R.).

Per prima cosa, aiutandoci con le righe che presentavano la conferenza, diciamo che si tratta di «una disciplina teorico-pratica che attinge ad esperienze di agricoltura biologica combinando pratiche colturali tradizionali con le moderne conoscenze tecnico-scientifiche. Il suo obiettivo è individuare soluzioni pratiche per  produrre  alimenti sani e di qualità a costi sostenibili».

Poiché i tre aspetti fondamentali da considerare in questo approccio alla coltivazione sono minerali, microorganismi e sostanza organica, si è parlato in modo ricorrente di “mierda”, parola che potete tradurre facilmente nella nostra lingua senza cercare di renderla meno brutale. Come ci ha spiegato Marco, infatti, questa disciplina è stata sviluppata in America Latina e alle conferenze in cui lui faceva da traduttore gli schietti conferenzieri sudamericani non gradivano giri di parole o termini più tecnici come letame o deiezioni.

Sono state due ore illuminanti, perché l’A.O.R. è anche una filosofia di vita, è un ingrediente fondamentale per chi voglia progettare in modo permaculturale, cioè funzionale e sostenibile, un luogo.

Marco ci ha spiegato che il suo incontro con l’A.O.R. è stato originato dalla delusione avuta durante i suoi studi in una facoltà di Agraria in Italia. All’inizio del corso, ci chiarisce, i professori ti dicono quanto sia importante rispettare l’ambiente, e poi negli anni successivi ti insegnano a distruggerlo. Per superare queste contraddizioni di una agricoltura che fa largo uso di prodotti chimici, incidendo in maniera negativa sulla terra e sull’ecosistema che la popola, ha trovato nella Permacultura e nel suo approccio olistico un punto da cui ripartire. Dopo 8 anni di apprendimento attivo è diventato progettista permaculturale. Ha fatto una lunga esperienza in Spagna come idrotecnico (ci spiega infatti come una delle sue grandi passioni sia l’acqua) dopodiché ha incontrato sul suo camminino l’A.O.R. e si è diplomato in Messico in questa disciplina.

Marco ci spiega che lui si sente un po’ un geoiatra, perché quello cui si mira in questo approccio è preparare una sorta di medicina della terra che va a occuparsi delle radici. I tre nomi principali (“i tre moschettieri del suolo”) che si sono dedicati all’A.O.R. sono Eugenio Gras (esperto di gestione dell’acqua), Nacho Simon (microbiologo) e l’agronomo colombiano Jairo Restrepo Rivera, che è uno dei principali divulgatori di questo approccio il quale «si propone di recuperare l’interiorità dell’essere partendo da una pratica che è l’agricoltura. Non esiste interiorità che non sia direttamente influenzata dall’alimentazione, che altera completamente il comportamento psico-sociale dell’umanità».
Restrepo racconta tutto questo, e spiega cosa sia la rete Máshumus nella quale agisce, in questo video:

Restrepo è stato di recente anche in Italia, invitato dalla ONG Deafal di cui fa parte anche Marco Pianalto, a tenere dei corsi e in questo video potete vederlo e ascoltare un assaggio delle cose che ha da dire (ma leggete anche cosa c’è scritto sulla sua t-shirt!):

Le parole chiave sono geo-diversità e geo-evoluzione, concetti senza i quali non si può sostenere la bio-diversità. Un contributo per capire di cosa stiamo parlando lo fornisce il documentario “Una Historia Diferente – l’agricoltura organica in Italia”, che potete vedere integralmente qui:

Torniamo alla conferenza: Marco ci spiega che per l’A.O.R. è fondamentale osservare, studiare e ricercare. La sua idea, condivisa con chiunque si occupi di questa disciplina, è che le conoscenze in questo ambito debbano essere trasmesse velocemente ad altre persone, e questa filosofia ci piace molto! Così come la volontà dell’A.O.R.di eliminare i prodotti di sintesi e rigenerare il suolo attraverso la rimineralizzazione.

Durante la conferenza Marco ha fatto suonare affascinanti termini che si possono evidenziare come parole chiave per chi si avvicini all’A.O.R. (per chi volesse capirne un po’ di più può guardarsi le slide proiettate durante la conferenza scaricandole qui):
acqua, calce, carbone vegetale, pirolisi, cenere, letame, lettiera, siero di latte, lievito, zuccheri, crusca, stoppie,  trofobiosi, minerali, zolfo, terra.

Ha anche spiegato come si fa il Bocashi, un compost naturale di grande utilità per fertilizzare il suolo. Purtroppo, non avendo avuto il permesso di portare nel teatrino gli ingredienti necessari, non è stato possibile cimentarsi nella pratica, ma l’occasione si presenterà al prossimo corso organizzato da Deafal, al quale ovviamente mi sono iscritto. Si terrà il 4-5 ottobre presso la Stazione Ornitologica della Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile, a Rivodutri in provincia di Rieti. Per chi volesse unirsi i dettagli si trovano qui e il programma qui. Il costo è davvero basso e l’ospitalità gratuita.

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Dopo la conferenza, abbiamo ricontattato Marco Pianalto, per rivolgergli qualche domanda:

NOI: Ci riassumi in una frase il senso che ha per te l’approccio dell’A.O.R. e il perché hai deciso di dedicartici con tanta passione?

MARCO: Condensare tutto in una frase è parecchio difficile. Diciamo che se la scoperta della Permacultura, con il suo approccio sistemico e integrato, mi ha permesso di innamorarmi di nuovo della professione di agronomo (vista in modo completamente diverso) l’A.O.R. mi permette di essere immediatamente di aiuto a chi ama l’agricoltura e ci lavora veramente. Questo perché nell’A.O.R.  il processo di conversione agro-ecologico è graduale, parte dal ripristino della fertilità nei propri suoli e non richiede un ridisegno radicale del proprio assetto produttivo in uno stadio iniziale. Penso comunque che questi due approcci condividano gli stessi fondamenti etici e che nel lungo periodo arrivino a risultati simili. Personalmente, considero il mio mestiere il più bello del mondo e da qui deriva la passione e l’allegria che spero di trasmettere anche agli altri

NOI: Le ultime generazioni sono state allontanate dalla terra e dal lavoro agricolo e spinte verso la città, gli studi, il lavoro d’ufficio. Ora in molti si stanno accorgendo dell’insensatezza di questa strategia e si provano a riavvicinare alla natura e anche all’idea di coltivare. All’A.O.R. si può approcciare anche una persona che quanto a familiarità con la terra parta più o meno da zero? Cosa consiglieresti per evitare che il senso di inesperienza e distanza dalla terra e i suoi bisogni appaia troppo forte e ci si senta scoraggiati?

MARCO: L’A.O.R. ha come suo punto di forza una formazione rivolta a tutti, senza conoscenze precedenti: anzi è nata come formazione per i contadini in modo da dare loro conoscenze che li aiutassero sia a svolgere meglio il lavoro di tutti giorni sia a valutare criticamente il “pacchetto” offerto dai tecnici dell’Agroindustria.
I nostri maestri latino americani ci hanno però insegnato che niente si può sostituire all’esperienza pratica in campo e che questo è inevitabilmente un processo laborioso. Sono molto felice per la nuova ondata di “Ritorno alla Terra” e farò il possibile per propiziarla. Non voglio però fare passare il messaggio che fare il campesino (termine che amo molto di più di contadino, in quanto non rimanda al contado e quindi a una condizione di vassallaggio) sia un mestiere facile. Se si è alle prime armi bisogna mettere in conto un periodo, a volte anche doloroso, di prove ed errori.

NOI: Qual è il sentimento più potente che una persona che si vuole avvicinare al lavoro della terra può provare se vi si approccia passando per l’A.O.R.?

MARCO: Il sentimento più potente è senza dubbio quello che gli inglesi chiamano empowerment : la consapevolezza della propria forza, di come si può produrre un vero cambiamento con strumenti e materiali semplici che il più delle volte sono proprio sotto il nostro naso. Potere svincolarsi in parte o in tutto da quel sistema dipendenze indotte scientemente dal complesso agroindustriale, dipendenze che ci fanno sentire costantemente inadeguati e bisognosi di servizi esterni.
È importantissimo che questo empowerment sia vissuto non solo a livello individuale ma anche e soprattutto a livello di rete sociale, dove le sinergie che si creano amplificano notevolmente la portata del cambiamento.

NOI: Consiglieresti l’A.O.R. anche come terapia che contribuisca a reintegrare e dare una mano a persone svantaggiate per motivi di handicap, disagio sociale o marginalizzazione dettata da altri motivi?

MARCO: Senza dubbio. La maggior parte delle metodiche del’A.O.R. sono semplici e praticabili da chiunque, con le normali precauzioni dettate dal buonsenso. La nostra organizzazione, Deafal, sta sperimentando anche in questo ambito con risultati incoraggianti.

Grazie a Marco e speriamo davvero di rivederlo presto perché la passione che mette nel raccontare il suo lavoro trasmette grande energia!