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2° Festival di Permacultura: tra gli specchi del nostro cambiamento

Il Festival di Permacultura di Bolsena, di cui si appena conclusa la seconda edizione (3-6 settembre 2015), ricorda il labirinto di specchi del luna park. Con una differenza fondamentale, che ne fa l’occasione per ritrovare la propria strada piuttosto che smarrirla: a Bolsena ogni specchio (ed erano tantissimi, grazie a un programma così ricco che la prima sfida era fare delle scelte) rimandava il riflesso di un presente possibile, in cui ognuno di noi visitatori era impegnato in qualcosa di diverso.

A seconda del laboratorio al quale si partecipava, ci si poteva ritrovare a stendere un intonaco in terra cruda o calce (per diventare, un domani, gli auto-costruttori della nostra casa); o abbracciare un estraneo (per fare pace con noi stessi); o costruire una minuscola stufa con materiali di recupero (per capire che autoprodurre l’energia è possibile); o affettare verdure e metterle a fermentare (per recuperare un rapporto sano con il cibo); o imparare a conoscere le erbe selvatiche (per riassaporare le risorse disponibili che ci circondano, ma anche come punto di patenza per progettare un orto sul nostro terreno).

Il Festival di Permacultura ha trasformato Bolsena in un piccolo ecosistema umano, che per tre giorni ha vissuto di vita propria e dal quale molti di noi sono usciti con dispiacere. Già, perché riscoprire le proprie abilità, aprire menti e corpi alla percezione di un’unità e complessità di cui siamo una parte potenzialmente collaborativa, non può che lasciare estraniati nel momento in cui si ritorna in dimensioni cittadine consacrate allo spreco di energie, alla limitatezza di una dimensione singolare, a un’organizzazione sociale in cui creare sinergie con gli altri è arduo.

Permacultura è progettare, abbracciando con sguardo attento e paziente un ecosistema complesso che prima di tutto va osservato e compreso. Permacultura è saper fare, sviluppando e recuperando un rapporto con la materia che ci circonda. Permacultura è auspicare equilibrio e durata, guardando attraverso il tempo per valorizzare arti e saperi cancellati o falsificati dalla grande produzione agricola e industriale. Permacultura è responsabilità, perché ogni nostra azione innescherà una reazione, l’energia immessa in circolazione genererà nuova energia solo dopo averne consumata una parte.  E mentre scandisce queste parole, così reali e concrete, la permacultura diviene anche uno stato di coscienza: ci consente di capire che siamo la minuscola parte di un complesso smisurato di forme di vita strettamente legate tra loro.

Saper progettare in ottica permaculturale significa accettare di fare la propria piccola parte in un’orchestra affollatissima, con la quale il primo bisogno è cercare di accordarsi dopo averla ascoltata abbastanza a lungo.

E-CO-abitare partner del 2° Festival di Permacultura a Bolsena

E-CO-abitare insieme a Open Culture Atlas sostiene il Festival di Permacultura curandone la comunicazione e organizza in quei giorni visite sul luogo dell’ecovillaggio in costruzione a poca distanza

La 2° edizione del Festival di Permacultura prenderà il via il 3 settembre 2015 a Bolsena. Fino a domenica 6 settembre la piccola cittadina che affaccia sul lago vulcanico più grande d’Europa ospiterà tantissimi eventi: workshop, conferenze, incontri, film e concerti, oltre a una giornata, sabato, dedicata tutta al benessere personale.

Citando l’Accademia Italiana di Permacultura, – partner del Festival insieme all’Istituto Italiano di Permacultura – «la permacultura è un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, è allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico e un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata».

PermaculturaFestival-2014-01Aperta a chiunque, l’occasione permetterà ai partecipanti di prendere dimestichezza e sperimentare svariate discipline: bioedilizia, agricoltura naturale e sinergica, cibi fermentati, yoga, solo per citarne alcune. Il programma è davvero ricco e serrato, scegliere gli eventi ai quali partecipare non sarà facile.

L’organizzatore è il permacultore Luca Puri, che avevamo intervistato nel 2014 dopo la 1° edizione del Festival. Accanto a lui saranno presenti in molti a raccontare le proprie esperienze o guidare gli appassionati in sperimentazioni pratiche. Solo per fare qualche nome: Pietro Zucchetti, Onorio Belussi, Stefano Mattei, Massimiliano Petrini, Anna Satta, Carlo Nesler,  Marco Pianalto, Tashina Petterson, Stefano Soldati, Massimo Candela, Lucilla Borio, Saviana Parodi.

PermaculturaFest2014-03La nostra onlus E-CO-abitare, coadiuvata dall’associazione di promozione sociale Open Culture Atlas, si occuperà di svolgere l’attività di ufficio stampa e coordinamento alla comunicazione. Come tutti coloro che lavorano al Festival, anche noi lo faremo a titolo volontario per accrescere il più possibile la portata di questo evento ricco di spunti per cambiare la propria vita in chiave ecologica e sostenibile, divertendosi.

piazzette-benessere2Proprio sul lago di Bolsena, località Gradoli, sta per nascere il primo progetto di co-housing rurale patrocinato da E-CO-abitare. Prendendo per tempo appuntamento via mail (ecoabitare@ecoabitare.org), chi lo desideri potrà approfittare dei giorni del Festival per incontrare una rappresentanza del gruppo dei futuri abitanti del borgo ecologico e visitare il terreno sul quale dal 2016 verranno costruite le prime strutture in bioedilizia.

Ci vediamo al Festival!

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Foto: Festival di Permacultura © Claudio Amici

La terra in cui si nasce LIBERI

I bambini non si parcheggiano frettolosamente in strutture educative chiuse, separate dall’ambiente circostante, perché la possibilità di sperimentare il mondo riveste un ruolo decisivo nello sviluppo della loro personalità. Tutti quei genitori che auspicano di vederli muoversi in spazi aperti hanno ora la possibilità di scoprire un’alternativa a come sono normalmente concepiti e organizzati nel nostro Paese i luoghi deputati all’educazione, tramite la Mappa delle Scuole Diverse.

E-CO-abitare è sua sostenitrice, come lo è del nuovissimo progetto di educazione ambientale libertariaNati Liberi” che accoglierà bambini da 2 a 6 anni a partire da settembre 2015 fino a luglio 2016, con orario dalle 8 alle 16,30 tutti i giorni da lunedì a venerdì .

La proposta nasce dalla collaborazione tra l’asilo nido “Nati Oggi” di Roma e l’associazione culturale Libera Polis, attiva dal 2006 a Cerveteri con iniziative capaci di incentivare un rapporto sano ed equilibrato tra uomo e natura. A supporto, daranno il loro apporto l’associazione Open Culture Atlas, che stimolerà la messa in rete e lo scambio con progetti affini in Italia anche attraverso la Mappa delle Scuole Diverse e il sito Tropico del Libro; e la onlus E-CO-Abitare, che metterà a disposizione una particolare struttura ecocompatibile, la yurta, che accoglierà i bimbi nei momenti di pausa e riposo.

tavolino-bimbiI bambini che verranno iscritti al progetto “Nati Liberi” trascorreranno la maggior parte del tempo all’aria aperta, seguiti da educatrici esperte in questo tipo di didattica e presenti nella proporzione di una ogni sette bambini. I piccoli giocheranno liberi, il loro pavimento sarà la terra e per sedie avranno balle di paglia. Si cimenteranno a piantare ortaggi e fiori, faranno amicizia con le rane e le libellule che popolano lo stagno, annuseranno le erbe selvatiche, fraternizzeranno con i cavalli e altri animali della fattoria.
In questo percorso di scoperta, l’associazione EquiCaere metterà a disposizione i propri cavalli e la propria esperienza in attività per bambini, permettendo di far prendere loro confidenza con questo affascinante animale.

ortoI bimbi saranno affidati alle attenzioni di Silvia Battaglia, l’educatrice principale, e Anna Cacciamani, responsabile didattica. L’approccio appartiene al filone pedagogico libertario: il metodo è incentrato sull’ascolto attivo del bambino e intende facilitare la sua scoperta autonoma del mondo, anche attraverso cooperazione e solidarietà.

anna-e-silviaNell’ora dei pasti saranno serviti piatti vegetariani con materie prime biologiche, sotto il coordinamento di Alessia Amori, organizzatrice di numerose attività e laboratori per bambini di ogni età.

Gli spazi in cui si muoveranno i bambini “Nati Liberi” sono attualmente in fase di allestimento, ma già per la presentazione di sabato 6 giugno sarà possibile vedere il lavoro quasi compiuto. Lo scenario è quello della campagna di Cerveteri, accolti all’ingresso da olivi e altre piante da frutto.

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Per capire meglio quali motivazioni abbiano portato alla realizzazione di “Nati Liberi”, abbiamo rivolto qualche domanda a chi sta lavorando per renderlo possibile.

Simone Itri è il presidente dell’associazione Libera Polis, sul cui terreno viene ospitato il progetto e che ha fortemente voluto tutto questo. Con lui proviamo a comprendere meglio da dove si parte e come si mette in piedi un progetto così affascinante.

Simone, quando è iniziata la tua ricerca che ha portato alla realizzazione di Nati Liberi?

«Un anno e mezzo fa. Io e la mia compagna abbiamo iniziato perché motivati dalla necessità di offrire un’opportunità a nostro figlio. Visto che sul nostro territorio non c’erano opzioni educative basate su un approccio libertario, abbiamo deciso di costruire noi un’opportunità di questo tipo. L’associazione Libera Polis ha spesso agito in questo modo, cercando di organizzare attività in grado di soddisfare un bisogno per il quale non erano presenti alternative.»

Quali sono le difficoltà più concrete che hai trovato sulla tua strada e come le hai superate?

«La prima difficoltà è stata quella di relazionarsi con l’apparato burocratico-amministrativo, evitando di avviare progetti che cadessero al di fuori delle leggi. Intorno a un approccio educativo libertario, che chiede che i bambini imparino in spazi aperti, vi è infatti un vuoto normativo.
Il secondo ostacolo è nato quando abbiamo cercato insegnanti adatti per quello che avevamo in mente: quei pochi che ci sono in giro sono già impegnati nelle poche realtà educative simili a quella che abbiamo immaginato. Ciò che ci interessa più di tutto, al di là della preparazione teorica, è trovare insegnanti che si dimostrino essere persone con un grande equilibrio personale, consapevoli di sé, e capaci perciò di approcciarsi ai bambini senza fare danni. La nostra idea  è che l’insegnante debba intervenire il meno possibile, facilitando la scoperta del mondo circostante da parte del bambino.»

Che consiglio daresti a chi volesse avviare progetti analoghi al vostro?

«Quando si lanciano iniziative nuove occorre unire le forze e fare squadra con progetti simili già esistenti. È necessario anche il supporto delle famiglie: se si riesce a comunicare efficacemente le proprie intenzioni pur meno convenzionali, la risposta è positiva e si instaura un rapporto di fiducia. Io ritengo che ci sia una richiesta enorme di progetti educativi simili a “Nati Liberi”, la difficoltà sta nel creare l’offerta che la soddisfi. Uno dei motivi è la carenza di educatori idonei, come ho già sottolineato. Ora che finalmente ce l’abbiamo fatta e stiamo partendo, il mio auspicio è che questo tipo di progetto si diffonda sempre più.»

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Anna Cacciamani è la responsabile didattica del progetto, anche a lei abbiamo chiesto alcune cose.

Come sei entrata in questo progetto “Nati Liberi”, quando e per quali motivi?

«Siamo stati contattati come asilo “Nati Oggi” dall’associazione Libera Polis, che aveva sentito parlare di noi. Proprio in quel momento eravamo nel pieno di un progetto, “Nido nel quartiere”, che permetteva ai bimbi del nostro asilo di stare all’aria aperta. La spinta decisiva è arrivata dall’incontro con una mamma finlandese che ci ha raccontato la realtà degli asili nel bosco, che sono la norma nel suo Paese. Allora siamo partiti per il nord Europa per conoscere e vivere da vicino quelle esperienze, impostando da soli un piano di formazione. Riportare successivamente da noi quell’approccio didattico si è rivelato difficile, anche per la necessità di adattare alla nostra cultura quanto avevamo recepito. Ne è nata una diatriba con il Comune di Roma, perché nessun dirigente voleva prendersi la responsabilità di approvare la nostra proposta; tuttavia, non potendo nemmeno bocciarla data la sua valenza educativa, il compromesso è stato quello di delegare ai vigili la parte relativa alla sicurezza che costituiva il principale spauracchio.»

Superate le difficoltà burocratiche, nella realtà di tutti i giorni quali riscontri avete avuto da questo esperimento?

«L’esperienza si è rivelata subito splendida, anche se notavamo i genitori che ci spiavano perfino da dietro i cespugli, per assicurarsi che tutto andasse bene. La grande opportunità per i bimbi è quella di poter interagire con gli altri abitanti del quartiere – Torrino Mezzocammino – che incontrano nel nostro grande parco e con i quali si creano interazioni estemporanee: il pensionato seduto sulla panchina o il giovane che fa attività fisica sono occasioni per entrare in relazione con la realtà circostante.»

Di cosa ti occuperai nel concreto all’interno del progetto “Nati Liberi”?

«Coordinerò il progetto nella sua nascita, facendo da supervisore dell’educatrice, accompagnando i genitori in questa nuova dimensione didattica, osservando tutta l’organizzazione all’opera. Ma voglio starci dentro anche come educatrice, affiancando Silvia Battaglia, che avrà il ruolo principale in questo senso.»

Qual è stata la tua formazione, come sei arrivata a questo approccio didattico quasi inedito nel nostro Paese, se si escludono poche realtà simili?

«Ho iniziato come educatrice, dopo aver frequentato la facoltà di Scienze dell’educazione. La prima esperienza è stata come educatrice comunale, tra l’altro proprio a Cerveteri in un asilo nido privato. Poi sono approdata a Roma, in un nido sempre comunale che mi ha aperto a un approccio diverso, in cui il bambino è più libero, perché a Roma c’è un approccio montessoriano di base. Io però avevo tante idee che come dipendente non potevo realizzare; e così, insieme al mio compagno, abbiamo deciso di aprire una struttura nostra. In questo modo ha preso forma l’asilo “Nati Oggi”, dal 2009 convenzionato con il Comune di Roma.»


Per informazioni: Simone, 3395889599


 

Buona fortuna a tutti i nati liberi!

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2° Conferenza Nazionale Decrescita, Sostenibilità e Salute

E-CO-abitare, firmataria della Carta di Bologna per la Sostenibilità e la Salute, invita tutti a partecipare alla:

2° Conferenza Nazionale Decrescita, Sostenibilità e Salute: dalla Carta di Bologna al TTIP, la parola ai cittadini

il 13 Giugno 2015 a Torino presso la Cavallerizza Reale (via Giuseppe Verdi 9) dalle ore 10.00 alle ore 18.30.

L’iniziativa fa parte del Festival della Complessità ed è organizzata dalla Rete Sostenibilità e Salute, insieme al Circolo per la Decrescita Felice di Torino e in collaborazione con l’Assemblea Cavallerizza 14:45,  il Comitato Stop TTIP di Torino, il Segretariato Italiano degli Studenti di Medicina (Torino) e il Collettivo Medici senza Bandiere.

È passato più di un anno dalla Conferenza alla Camera dei Deputati, da cui è partita la costruzione della Rete Sostenibilità e Salute che conta ben 22 associazioni attive nell’ambito di un fare critico nella salute. La Rete in questo tempo ha continuato a lavorare operosamente. Ora, per la prima volta, si presenta in pubblico per presentare il suo manifesto (La Carta di Bologna per la Sostenibilità e la Salute) e alcune riflessioni sul TTIP, il trattato di libero commercio bilaterale attualmente in discussione tra UE e USA che potrebbe cambiare drasticamente le basi da cui dipende la nostra salute.

La salute è per noi non solo un diritto da tutelare, ma anche un bene comune, di cui prendersi cura in modo attivo, attraverso la partecipazione responsabile e diretta delle persone e delle comunità nella definizione e nell’attuazione delle politiche, così come nella costruzione di una società alternativa sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale.

“Noi crediamo ciò sia possibile e sia ora di agire” afferma Jean-Louis Aillon, portavoce della Rete. “Per questo ne parleremo alla Cavallerizza Reale, bene comune in svendita e liberato dalla cittadinanza, ora laboratorio per una progettazione partecipata e sostenibile della città di Torino.”

L’ingresso è libero e gratuito previa compilazione del FORM DI ISCRIZIONE.

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La mela del consenso

Una mela possiamo produrla col metodo di coltivazione biologico oppure con quello convenzionale, alla fine sempre una mela avremo; ma la sua qualità sarà profondamente diversa, e non solo e non tanto dal punto di vista nutrizionale: poiché il metodo di coltivazione investe l’intero sistema sociale, politico, economico, mele diverse saranno il frutto di società diverse, di mondi diversi…

Come ci dice Roberto Tecchio (2014) nell’incipit e nel testo che segue (frutto di una nostra sintesi di sue citazioni), la riflessione sui mezzi/metodi e i fini è fondamentale, di qualsiasi parte del percorso di scelta che caratterizza il nostro vivere si parli.
Una cosa che non si può evitare di fare, oltre a nutrirsi, è comunicare e decidere: tutti noi prendiamo decisioni continuamente, anche quando decidiamo di non decidere… Allora è meglio prenderne coscienza, sapere come comunichiamo con gli altri, e come partecipiamo al processo di decisione costante che è la nostra vita comunitaria.

La metodologia che noi di E-CO-Abitare abbiamo scelto di adottare, nella sua elasticità e apertura a tecniche differenti, è quella del consenso, anche detta “gestione positiva dei conflitti”.

Quello a cui si mira è produrre accordo quando si è in disaccordo.
Mi debbo chiedere “posso accettare di non essere d’accordo?” e allo stesso tempo non eludere l’espressione dei miei motivi di disaccordo: la diversità è ricchezza e se io nascondo i miei dubbi (per amore di pace o per paura di essere rifiutata o emarginata) sto facendo un’operazione che toglie ricchezza e indebolisce il gruppo.

La qualità di un accordo dipende dal modo in cui ci si arriva: ciò che desideriamo raccogliere sono accordi dove le parti interessate abbiano potuto attivamente e creativamente partecipare a un processo decisionale che tende a riconoscere i bisogni in gioco di tutti, dove le decisioni finali siano accettate da ognuna liberamente e responsabilmente.

Attivamente: devo aver modo di partecipare, e farlo con impegno.
Liberamente: assenza di ricatti morali, fretta, ecc.
Responsabilmente: se accetto poi mi impegno di conseguenza.
Creativamente: non solo nuove idee per nuove soluzioni, ma anche rinnovati modi di ascoltare, esprimersi, relazionarsi.

Stare dentro la “cultura del consenso” non significa avere un parere unanime su un certo tema (che spesso è una “pace negativa”, perché il consenso implica sempre una misura di dubbio o non accordo sui contenuti), ma che:

1) tutti mediano tra i propri bisogni e quelli degli altri, perché la felicità degli altri, e del cammino che si è scelto di intraprendere insieme, ci è parimenti cara – bisogna a un certo punto passare dal piano dei contenuti (accordo/disaccordo) a quello della relazione (fiducia/sfiducia);

2) i motivi di disaccordo trovano il loro legittimo spazio nella discussione e nei resoconti ufficiali.

Non si tratta di voler raggiungere un accordo a qualunque costo. Le separazioni, talvolta inevitabili, rappresentano momenti di crescita, e la sofferenza che esse provocano dipende in buona parte dal modo in cui si gestisce il conflitto.

Per approfondire rimandiamo alla lettura di Roberto Tecchio (la versione integrale da cui abbiamo tratto gli spunti di questo sintetico articolo e altri testi gratuiti) e di qualche libro fondamentale:

 

Le Parole sono Finestre (oppure Muri)
Introduzione alla comunicazione nonviolenta

 

Acquistando questo o altri prodotti passando dai link del libro o da questo generico, Macrolibrarsi riconosce alla nostra onlus una piccola quota, che ci aiuta a ripagare le spese vive del sito.

 

La Comunicazione Ecologica.
Manuale per la gestione dei gruppi di cambiamento sociale

 

Relazioni Efficaci
Come costruirle, come non pregiudicarle

 

Diventa parte della Biblioteca della Sostenibilità, segnalandoci i libri (sia narrativa che saggistica) che hanno, nei fatti, saputo cambiare il tuo modo di agire.

Tutte le “recensioni sostenibili”


fonte immagine: MUSA, Collezione delle Varietà Ortofrutticole

L’onnipotenza delle ostetriche

Le ostetriche sviluppano nel tempo una sindrome di onnipotenza. Gabriella Pacini ce lo confessa candidamente dopo nemmeno dieci minuti che parliamo, diventandoci immediatamente simpatica. Lo dice con fare scherzoso, alludendo al legame che si crea spesso tra loro e i genitori che aiutano in un momento così particolare come il parto. Di certo, è un ruolo delicato e importante, tanto da far dire a Jeannine Parvati Baker, ostetrica nota per le sue battaglie culturali, che «guarire una sola nascita è guarire il mondo».

Io e la mia compagna, al terzo mese di gravidanza, l’abbiamo incontrata a Roma, alla Casa Internazionale della Donna. Gabriella è una delle ostetriche che offrono il servizio di parto in casa. Guai a chiamarlo “parto naturale” in sua presenza, nonostante sia il modo più gettonato per indicarlo; e che dovrebbe costituire la scelta opposta a quella del parto in ospedale e al modus operandi che in tale luogo viene praticato.

Non si tratta, infatti, di schierarsi con una fazione o l’altra di pensiero, implicitamente giudicando come sbagliata ogni scelta che va nella direzione opposta. Il parto, nel caso della donna, non può essere “naturale” (paragonandolo alla spontaneità degli altri mammiferi) in quanto implica delle scelte dipendenti dalla soggettività delle persone, le quali valutano in base alle proprie peculiarità, al proprio contesto culturale, alla personale esperienza di vita e all’interazione tra questi diversi fattori.

Gabriella, insieme all’associazione Freedom for Birth di cui fa parte, rivendica «il diritto delle donne di ricevere una chiara, corretta e completa informazione, basata sulle più aggiornate evidenze scientifiche, nonché di ricevere un’assistenza rispettosa della dignità della persona e dei suoi valori e caratteristiche individuali». Più ancora, a essere tutelato è «il diritto delle donne, correttamente informate, a compiere scelte libere e autonome, perché l’autonomia decisionale è una componente determinante della salute stessa» (chi volesse approfondire i termini di questo ragionamento, li trova in questo articolo: Di opposte fazioni e libertà delle donne).

Nonostante ognuno di noi sia necessariamente nato e, dopo, sia stato protagonista diretto o indiretto di altre nascite, probabilmente non tutti sanno di cosa stiamo parlando nello specifico. Proprio per chiarire i termini della questione, Gabriella ha scritto, prodotto e interpretato un cortometraggio di grande effetto, La prestazione, con intenti divulgativi. La leva utilizzata è quella dell’ironia, in modo efficace. Non si corre il rischio di dimenticarsi che l’argomento è tuttavia serissimo, e qui risiede la forza di questo brevissimo film.

Ecco il trailer:

Per fare presa sullo spettatore, il corto non tira in ballo questioni di ostetricia, ma lo catapulta in una situazione nella quale gli risulti più agevole immedesimarsi: cosa accadrebbe se non il parto, bensì l’atto sessuale venisse “medicalizzato”? La coppia protagonista del cortometraggio ci mette poco a scoprirlo: mentre in una stanza si bacia appassionatamente, in procinto di fare l’amore, un medico e una infermiera irrompono pretendendo di aiutarli a ottimizzare l’operazione. Intervento destinato a produrre scarsi risultati, se si esclude un irresistibile effetto comico.

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Ecco il medico che pretende di dirigere il momento del concepimento dettando ritmo e intensità dell’atto sessuale

La modalità di conduzione del parto non sta a cuore solo a Gabriella: sono sempre di più le ostetriche, “dissidenti” come lei, che con la prassi seguita negli ospedali non si trovano per nulla d’accordo. Eppure, al giorno d’oggi, questo “standard” riguarda la quasi totalità delle donne nel nostro Paese, come in tantissimi altri.
In tale contesto, la donna viene privata del suo legittimo ruolo da protagonista nel mettere al mondo i propri figli. In particolare, il momento del parto viene spesso indotto in maniera forzata e accelerato il più possibile.

"In questo ospedale facciamo tutto secondo la fisiologia" dice il medico. Dite che c'è da credergli...?
“In questo ospedale facciamo tutto secondo la fisiologia” dice il medico. Dite che c’è da credergli…?

Negli ospedali si ha, in genere, una totale mancanza di riservatezza, della quale tutti i mammiferi in natura sentono invece il bisogno, in un momento così intimo e cruciale. Il loro organismo, disturbato da tali e tante interferenze, per compiere il suo dovere necessita a quel punto di un aiuto esterno, artificiale e non senza conseguenze.

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«L’ossitocina è l’ormone dell’amore e viene prodotta nell’atto sessuale, nel travaglio e nel parto. Non viene prodotta in condizioni di stress o disagio psicofisico.» La citazione è da Michel Odent, uno dei punti di riferimento per chi voglia approfondire lo studio del parto e del suo funzionamento.

Non va dimenticato che il momento della nascita è collegato strettamente all’imprinting, ovvero l’impronta determinata dal contatto multisensoriale che avviene tra madre e bambino al momento della nascita. Lo racconta Willi Maurer in un libro straordinario, La prima ferita, che analizza le conseguenze e implicazioni che un imprinting disturbato reca al neonato, che ne accuserà le conseguenze per tutta la vita.

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La grande percentuale di “cesarei” sarebbe una delle conseguenze dell’eccessiva medicalizzazione del parto

A questo punto, oltre a essere più curiosi sul parto, sarebbe più che lecito essere curiosi di vedere il cortometraggio, realizzato dall’Associazione Freedom for Bith – Rome Action Group, con il sostegno di Associazione Vita di Donna onlusIl Melograno – centro informazione maternità e nascita.
Lo si può fare online pagando 1,50€ per “affittarlo”, oppure 4,99€ per acquistarlo, cliccando qui:

rent-buy

Il denaro raccolto sarà utilizzato per sostenere le attività di Freedom for Birth, che  si propone di «promuovere la cultura della libera scelta delle donne al momento del parto». In giro da pochi mesi per eventi e convegni, La prestazione ha già ricevuto un primo riconoscimento significativo: il “Docscient International Scientific Film Festival” gli ha conferito nel 2014 la menzione speciale della direzione artistica «per la sorprendente capacità di porre interrogativi su alcuni inossidabili paradigmi scientifici utilizzando un artificio narrativo paradossale, geniale ed estremamente efficace».

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“Senza di loro…”

Siamo d’accordo. Alla fine, la coppia protagonista del cortometraggio riuscirà nel suo intento di concepire un figlio, ma in che modo, e a che prezzo? In un sottofinale imperdibile, e a suo modo raggelante, verrà fornita la spiegazione.

Laturo, il paese silenzioso che dormiva sotto i rovi

Quando siamo partiti per vedere Laturo non sapevamo bene cosa aspettarci. Le persone con cui avevamo parlato al telefono, vale a dire quei coraggiosi che si erano messi in testa di ridare vita a un borgo sperduto e abbandonato, ci attendevano direttamente lì. Peccato che per arrivarci occorreva letteralmente perdersi nel bosco, lungo un sentiero appena tracciato: così ci avevano detto. Eravamo in quattro, accalcati in una macchina troppo piccola, zeppa di tende e attrezzi da campeggio, nella quale avevamo appena percorso l’Italia toccando varie mete. Finalmente, al termine di una strada che trovava nella natura un limite invalicabile, abbiamo abbandonato la nostra scatola di sardine e ci siamo avviati a piedi.

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Spoileriamo il lieto fine della vicenda: abbiamo trovato Laturo e i suoi neo-abitanti. Qui, mischiati, alcuni di noi e alcuni di loro

Eravamo curiosi, prima di tutto, ma ci spingeva anche l’idea che un progetto così folle meritasse uno sforzo, e degli amici e sostenitori. Dopo una passeggiata di poco più di mezz’ora ci siamo finalmente affacciati sul borgo di Laturo, frazione di Valle Castellana a 800 metri sul livello del mare, in provincia di Teramo.
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Senza i fiori non esisteremmo

«Un tempo i fiori non esistevano: duecento milioni di anni fa, per essere precisi. C’erano piante, naturalmente, felci e muschi, conifere e cicadacee, ma esse non formavano fiori e frutti nel vero senso della parola. Alcune si riproducevano per via asessuata, clonandosi in vari modi. La riproduzione sessuale era un fenomeno discreto, che di solito si accompagnava al rilascio di polline nel vento o nell’acqua; per puro caso un po’ di polline riusciva a raggiungere altri membri della specie e il risultato era un minuscolo seme primitivo. Questo mondo prefloreale era più lento, più semplice e più tranquillo del nostro. L’evoluzione procedeva con maggiore lentezza perché c’era meno differenziazione sessuale e quando la riproduzione avveniva per via sessuale riguardava piante vicine o con uno stretto vincolo di parentela. Questo approccio conservatore alla riproduzione era adatto a un mondo più semplice dal punto di vista biologico, in quanto generava novità o variazioni relativamente piccole. Nel complesso la vita era più statica e nasceva dall’accoppiamento tra “consaguinei”.
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Non potate quelle piante

Perché è importante parlare della capitozzatura, vale a dire di quella mala prassi di potatura degli alberi per cui vengono tagliati la maggior parte o totalità dei rami principali, se non perfino il tronco a una certa altezza?

Dopo avere ascoltato tante argomentate e convincenti critiche a questa modalità di azione al corso di potatura degli olivi dell’Associazione Libera Polis (si veda l’articolo Potare gli alberi è un lavoro intellettuale) viene spontaneo guardarsi intorno nelle proprie strade cittadine. E quella che prima sembrava al massimo una bruttura estetica – che forse un pensiero recondito e non esplorato riteneva giustificata dalle esigenze delle piante, che noi soddisfiamo da indefessi giardinieri – appare un vero e proprio scempio. La cui colpa più paradossale è quella di essere insensato e autolesionista − vedremo tra poco per quale motivo − oltre a provocare alla pianta un danno biologico che essa deve correre a riparare con grande fatica per evitare di morire. Sempre che ci riesca.
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Potare gli alberi è un lavoro intellettuale

Potare gli alberi è un lavoro intellettuale. Dirlo chiaramente – come viene fatto al corso di potatura degli olivi dall’Associazione Libera Polis (Cerveteri, RM) – porta con sé un significato complesso e semplicissimo insieme.
Carlo Mascioli (dottore forestale) e Daniele Brugiotti (tree-climber e arboricoltore), i due esperti che accompagnano i corsisti in una intensa tre giorni di teoria e pratica, compiono un excursus ragionato e motivante sul senso delle nostre azioni che vale sempre, anche se nella fattispecie l’esercizio è applicato all’arboricoltura.

Accettare come presupposto che per potare gli olivi sia necessario adoperare prima di tutto il cervello significa assumere su di sé la responsabilità delle proprie azioni. Asserzione tutt’altro che scontata, soprattutto alla luce delle consuetudini di mala potatura cui assistiamo nelle città e nelle campagne del nostro Paese: quasi dovunque gli alberi vengono infatti “capitozzati”, ovvero moncati quasi interamente dei rami. Guardatevi intorno per capire di cosa stiamo parlando… Le conseguenze sono tragiche: gli alberi si ammalano, divengono fragili e sovente, sebbene con lentezza, muoiono.
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