2015-03-11 15.52.18

Non potate quelle piante

Perché è importante parlare della capitozzatura, vale a dire di quella mala prassi di potatura degli alberi per cui vengono tagliati la maggior parte o totalità dei rami principali, se non perfino il tronco a una certa altezza?

Dopo avere ascoltato tante argomentate e convincenti critiche a questa modalità di azione al corso di potatura degli olivi dell’Associazione Libera Polis (si veda l’articolo Potare gli alberi è un lavoro intellettuale) viene spontaneo guardarsi intorno nelle proprie strade cittadine. E quella che prima sembrava al massimo una bruttura estetica – che forse un pensiero recondito e non esplorato riteneva giustificata dalle esigenze delle piante, che noi soddisfiamo da indefessi giardinieri – appare un vero e proprio scempio. La cui colpa più paradossale è quella di essere insensato e autolesionista − vedremo tra poco per quale motivo − oltre a provocare alla pianta un danno biologico che essa deve correre a riparare con grande fatica per evitare di morire. Sempre che ci riesca.

Il modo migliore per entrare in contatto con l’argomento è innanzitutto quello di aprire gli occhi e osservare.  E io l’ho fatto: nel paesino in cui vivo, Marina di Cerveteri, avevo già notato nelle ultime settimane squadre di potatori all’opera lungo le strade. Ora il risultato del loro operato mi appare in tutto il suo insensato squallore. Ecco le foto, scattate ieri, di alcuni alberi che si trovano ai margini e all’interno di un parchetto pubblico per i bambini.

Alberi appena capitozzati su una strada di Marina di Cerveteri
Alberi appena capitozzati su una strada di Marina di Cerveteri

Proprio per la presenza del parco − luogo di riposo e di relativo contatto con la natura − un simile contorno di monconi di alberi suona stridente: non rasserena gli animi, né riempie gli occhi. Perché dunque viene fatto, qui come quasi ovunque nelle città italiane?
Ci si sbaglia di grosso se si è convinti che dietro queste potature pagate da noi cittadini ci sia un motivo altruistico − il bene della pianta, che si giova in qualche modo della potatura − oppure utilitaristico per l’uomo − la sicurezza, ad esempio, visto che le piante “abbassate” vengono considerate meno esposte al rischio di cadute.

Questi alberi sembrano essersi arresi di fronte alla stupidità dell'uomo, ma sotto la corteccia stanno combattendo per sopravvivere
Questi alberi sembrano essersi arresi di fronte alla stupidità dell’uomo, ma sotto la corteccia stanno combattendo per sopravvivere

Per capire che nessuna delle due argomentazioni si regge in piedi è sufficiente sapere cosa accade a una pianta quando viene capitozzata. Il primo danno che le si cagiona è legato alla sua fisiologia: ogni pianta cresce con la stessa estensione all’aria aperta e nel sottosuolo; quando la si priva di una parte aerea, lo stesso danno si ripercuote nell’apparato radicale. Le conseguenze sono semplici da dedurre: poiché le radici svolgono anche la funzione di ancoraggio al suolo, una loro brusca diminuzione significa minore stabilità della pianta.

Quello che resta dei poveri alberi capitozzati, mentre sullo sfondo qualcuno è stato per fortuna risparmiato

Questa minore stabilità è aggravata dalla “ferita”: tagliare un ramo di grande spessore rende la pianta vulnerabile agli attacchi esterni di parassiti, funghi, batteri. L’ingresso di questi agenti patogeni nei suoi tessuti porterà anche le radici ad ammalarsi, perché il tronco non è altro che un tramite che collega la cima alla parte interrata, funzionando come una pompa idraulica che propaga la linfa e i nutrienti nelle varie parti del suo “corpo”.

Accecati, gli alberi si protendono ancora ma inutilmente verso il sole

Ma il danno forse più lampante che cagioniamo recidendo tutti i rami − e con essi le foglie − è quello di privarla della possibilità di nutrirsi: la pianta sintetizza i suoi elementi vitali attraverso la luce, assorbita dalle foglie e poi elaborata tramite la fotosintesi clorofilliana. Ecco il motivo per cui dai tronchi recisi spuntano, in breve tempo, piccoli getti fogliosi: non si tratta di un segnale di vitalità della pianta − contrariamente a quella che è divenuta una convinzione comune − bensì di un disperato tentativo di sopravvivere andando a cercare nuovamente la luce di cui nutrirsi.

Vedere e capire tutto questo è il primo, semplice passo per scongiurare che continui ad accadere. È faticoso, e spesso vano, lottare contro amministrazioni pubbliche inconsapevoli che agiscono (in questo caso: potano) in nome di una collettività altrettanto inconsapevole. Il lavoro che va fatto comincia da noi stessi, ed è più sottile e preventivo: occorre tornare a espandere la nostra percezione, chiamiamola coscienza, fino ad abbracciare la sofferenza di un albero. Per riuscirci, può essere utile un corso di potatura come quello di Libera Polis, oppure la lettura di un libro (ne consiglio due, agili ma rivelatori: “Verde brillante” di S. Mancuso e A. Viola; “La botanica del desiderio” di Michael Pollan: per capire anche il motivo per cui “senza i fiori non esisteremmo“). L’alternativa più immediata, se si è capaci di sufficiente empatia, è quella di osservare le piante, mettersi in relazione, percepire il tempo rallentato della loro crescita e cercare una risposta direttamente da loro.


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